Scrivere la scienza: a scuola di giornalismo da Tim Radford

scrivere-la-scienza-con-tim-radfordRacconta di quando, a una conferenza stampa su un’importante e complessa scoperta geofisica, il ricercatore rivelò di aver usato, nel corso dell’esperimento, un’arma da fuoco di grosso calibro. Immediatamente l’interesse dei giornalisti presenti in sala sì spostò dalla scoperta a come diavolo avesse fatto lo scienziato a recuperare quell’arma pesante e pericolosa. Si apre così – nell’ambito del convegno MAPPE per la comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste – il workshop di giornalismo scientifico di Tim Radford, 32 anni di carriera nel Guardian, freelance per le sezioni scientifiche, solo per citarne un paio, di Nature e NewScientist.

Le storie con cui abbiamo a che fare, questo il succo dell’aneddoto, sono plastiche e continuamente mutevoli: sta al buon reporter lasciarsi trasportare dal flusso degli eventi e riconoscere in essi la notizia. A quel racconto ne seguono altri, conditi con una buona dose di humour inglese, tutti accomunati dallo stesso fil rouge: se cercate una storia che nessuno abbia ancora raccontato, non è alla scrivania, né sul web che la troverete.

Sono i ricercatori dei musei a rivelare i particolari più ghiotti (uno gli raccontò come si recuperano i cadaveri di antichi naufraghi dall’acqua), e, naturalmente, gli scienziati con i quali, dopo una vita passata a scrivere di scienza, Radford ha imparato ad avere a che fare. Una dote non così scontata per i giornalisti che, senza un nome forte alle spalle, provano a intervistarli.

Come far capire per esempio agli scienziati – chiedono dal pubblico – che se usiamo una metafora per spiegare ai lettori la loro scoperta non stiamo commettendo un errore, e non togliamo nulla alla serietà dello studio? “Non è lo scienziato la persona per cui state scrivendo” chiarisce Radford “ma il lettore che leggerà il vostro articolo in piedi, schiacciato tra la folla del metrò. Pochissime persone, per lo più specialisti, leggono un paper, ma il nostro pezzo sarà giudicato da altre 500 mila teste. È a loro che dobbiamo rendere conto”. Il lettore leggerà storie che appaghino i suoi sensi (per esempio, il senso del disgusto, nel caso dei naufraghi).

Uno scienziato avaro di informazioni è solo uno che non ha ancora sviluppato la giusta attenzione per la stampa. Quando il suo laboratorio sarà a corto di fondi, farà conoscere più volentieri i risultati del suo lavoro. Del resto i grandi scienziati sono, assicura, anche quelli più chiari e semplici nelle spiegazioni, e i più ricchi dell’immaginazione necessaria a dare colore a un pezzo.

Non è  indispensabile  essere specializzati in quello che si sta per scrivere per preparare un buon pezzo: “È pericoloso affrontare una materia credendo di conoscerla alla perfezione. Gli errori più grandi sono causati dell’arroganza. L’ignoranza è l’arma migliore che abbiate: è ciò che vi spinge a fare una domanda in più, e a cercare la precisione”.

Il lavoro che ci aspetta è importante e bellissimo: “Pensate a quando scriviamo degli esperimenti del Cern, stiamo parlando delle origini dell’Universo. Un po’ mi dispiace per chi scrive di sport”.

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