Archivio mensile:giugno 2013

Scrivere la scienza: a scuola di giornalismo da Tim Radford

scrivere-la-scienza-con-tim-radfordRacconta di quando, a una conferenza stampa su un’importante e complessa scoperta geofisica, il ricercatore rivelò di aver usato, nel corso dell’esperimento, un’arma da fuoco di grosso calibro. Immediatamente l’interesse dei giornalisti presenti in sala sì spostò dalla scoperta a come diavolo avesse fatto lo scienziato a recuperare quell’arma pesante e pericolosa. Si apre così – nell’ambito del convegno MAPPE per la comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste – il workshop di giornalismo scientifico di Tim Radford, 32 anni di carriera nel Guardian, freelance per le sezioni scientifiche, solo per citarne un paio, di Nature e NewScientist.

Le storie con cui abbiamo a che fare, questo il succo dell’aneddoto, sono plastiche e continuamente mutevoli: sta al buon reporter lasciarsi trasportare dal flusso degli eventi e riconoscere in essi la notizia. A quel racconto ne seguono altri, conditi con una buona dose di humour inglese, tutti accomunati dallo stesso fil rouge: se cercate una storia che nessuno abbia ancora raccontato, non è alla scrivania, né sul web che la troverete.

Sono i ricercatori dei musei a rivelare i particolari più ghiotti (uno gli raccontò come si recuperano i cadaveri di antichi naufraghi dall’acqua), e, naturalmente, gli scienziati con i quali, dopo una vita passata a scrivere di scienza, Radford ha imparato ad avere a che fare. Una dote non così scontata per i giornalisti che, senza un nome forte alle spalle, provano a intervistarli.

Come far capire per esempio agli scienziati – chiedono dal pubblico – che se usiamo una metafora per spiegare ai lettori la loro scoperta non stiamo commettendo un errore, e non togliamo nulla alla serietà dello studio? “Non è lo scienziato la persona per cui state scrivendo” chiarisce Radford “ma il lettore che leggerà il vostro articolo in piedi, schiacciato tra la folla del metrò. Pochissime persone, per lo più specialisti, leggono un paper, ma il nostro pezzo sarà giudicato da altre 500 mila teste. È a loro che dobbiamo rendere conto”. Il lettore leggerà storie che appaghino i suoi sensi (per esempio, il senso del disgusto, nel caso dei naufraghi).

Uno scienziato avaro di informazioni è solo uno che non ha ancora sviluppato la giusta attenzione per la stampa. Quando il suo laboratorio sarà a corto di fondi, farà conoscere più volentieri i risultati del suo lavoro. Del resto i grandi scienziati sono, assicura, anche quelli più chiari e semplici nelle spiegazioni, e i più ricchi dell’immaginazione necessaria a dare colore a un pezzo.

Non è  indispensabile  essere specializzati in quello che si sta per scrivere per preparare un buon pezzo: “È pericoloso affrontare una materia credendo di conoscerla alla perfezione. Gli errori più grandi sono causati dell’arroganza. L’ignoranza è l’arma migliore che abbiate: è ciò che vi spinge a fare una domanda in più, e a cercare la precisione”.

Il lavoro che ci aspetta è importante e bellissimo: “Pensate a quando scriviamo degli esperimenti del Cern, stiamo parlando delle origini dell’Universo. Un po’ mi dispiace per chi scrive di sport”.

Quando la ricerca ci vede lungo

prakashTutte le ricerche scientifiche apportano, prima o poi, un beneficio alla società civile. Ma alcune lo fanno prima delle altre: prima che il paper affronti il lungo iter della pubblicazione, prima che un privato, o lo Stato, decida di finanziare un progetto, prima che il mondo conosca i risultati di anni di studi ed esperimenti. Project Prakash (Prakash in sanscrito, significa “luce”) fa parte di questa seconda, illuminata famiglia.

Il programma iniziato nel 2003 da Pawan Sinha, neuroscienziato del Massachussetts Institute of Technology, ha come obiettivo lo studio delle connessioni tra visione e sviluppo cerebrale, in particolare nei bambini ciechi dalla nascita. Ma mentre indagano in questo campo, i ricercatori restituiscono gratuitamente ai loro soggetti – in collaborazione con l’equipe chirurgica dello Shroff Charity Eye Hospital (SCEH) di Nuova Delhi – la vista.

Spesso si tratta di sottoporre i piccoli pazienti a una banale operazione di cataratta, un intervento che nei villaggi più poveri dell’India è un privilegio riservato a pochi. Nel paese che ospita un terzo di tutti i ciechi del mondo, molti dei quali bambini con malattie congenite mai diagnosticate, i giovani soggetti tornano a vedere, e anche se spesso il recupero è parziale questo permette loro di uscire dagli angoli più sicuri di casa, spostarsi in autonomia, imparare un mestiere.

Alcuni compiono tali progressi da perdere lo status di ciechi e i relativi sussidi, ottenendo successi scolastici e lavorativi un tempo impensabili. Dall’avvio del progetto sono state curate centinaia di persone: un bel po’ di vite salvate dall’isolamento sociale e al contempo, una miriade di dati scientifici su come il cervello risponde e si adatta alla nuova condizione, imparando a percepire il mondo in un modo tutto nuovo, a diversi anni dalla nascita.

Ora, direte voi, non tutti gli ambiti di ricerca si prestano a un simile, proficuo scambio. Ma di questa ricetta di successo si potrebbe esportare il paradigma: come far uscire la ricerca dai rigidi ranghi accademici, beneficiando i soggetti sul campo? Si possono coniugare impegno scientifico e filantropia, per interesse reale e non solo per ottenere in cambio un’ampia copertura mediatica? Le ricadute positive si riverserebbero a cascata sull’intera comunità e non solo sui diretti interessati: tra i risultati ottenuti dal Project Prakash c’è quello di aver ottenuto dalla Corte Suprema Indiana che ogni bambino, prima di essere spedito in una scuola per ciechi, venga visitato da un oftalmologo.

Qui un TED talk in cui Pawan Sinha racconta i risultati delle sue ricerche su visione e cervello: