Archivio mensile:maggio 2013

Quale futuro per la Terra? Incontro con Vandana Shiva, verso l’Expo 2015

“Noi non abbiamo ereditato la terra dai nostri avi, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli” (Proverbio nativo americano)

“La natura si riduce mano a mano che aumenta il capitale. La crescita del mercato non può risolvere la crisi che crea” (Vandana Shiva)

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A chi appartiene il futuro della Terra? Il domani del nostro pianeta è nelle mani della Terra: sarà lei a ridere per ultima. Va subito dritto al sodo Vandana Shiva, attivista e ambientalista indiana fondatrice di Navdanya, un progetto per la conservazione di semi non OGM che tuteli e metta in comunicazione le piccole comunità agricole dell’India. In un incontro con gli studenti dell’Università Bicocca, Shiva ha parlato di sostenibilità ambientale e del prezzo della progressiva distruzione della biodiversità.

C’è chi pensa alla Terra come a una madre che provvede ai nostri bisogni, e chi la vede come un oggetto da sfruttare per ricavare profitto. La nozione di Prodotto Interno Lordo è un’acquisizione recente, elaborata nel dopoguerra per gestire il flusso di denaro generato dai conflitti. Per l’attuale modello economico, se produciamo lo stretto necessario per garantire il nostro fabbisogno, quello della nostra famiglia o della nostra città, non stiamo producendo affatto. È solo il surplus che viene contato.

Dove la Terra produce acqua, vita, cibo sano non crea crescita economica (nell’accezione imposta dagli attuali modelli). Se invece creiamo coltivazioni industriali, che riempiamo di pesticidi, e vi ricaviamo un eccesso di cibo che viene buttato, ci rende obesi e crea problemi di salute, allora rientriamo nel modello di sviluppo economico che ci è stato imposto. Da qui la crisi ambientale, l’impennata dei prezzi, l’impoverimento (e troppo spesso, i suicidi) degli agricoltori e la crisi economica globale: non possiamo uscire dalla crisi usando lo stesso mindset che ha contribuito a formarla.

I confini della produzione si stanno spostando sempre più in là: grandi multinazionali, come la Monsanto, si arrogano il diritto della proprietùà intellettuale dei semi. Una volta che ne hanno acquisito le royalties, conservarli diviene, per un coltivatore, un reato. Prendiamo, per esempio, il riso basmati, una varietà di riso molto profumata originaria dell’India. Una multinazionale texana ne ha comprato le royalties ribattezzandolo “Ricetech”. Io stessa sono intervenuta parlandone con l’ambasciatore americano, che mi ha confermato che gli Stati Uniti non producono quasi più nulla internamente. Gran parte della loro produzione deriva dall’acquisizione della proprietà intellettuale di prodotti confezionati all’estero.

Questa raccolta delle royalties è diventata un fardello per gli agricoltori di tutto il mondo. In India, la Monsanto detiene ormai la proprietà del 90% dei semi del cotone: la mancanza di biodiversità nei raccolti ha portato alla moltiplicazione dei parassiti, all’uso massiccio di pesticidi, all’indebitamento dei contadini a beneficio dei grandi protagonisti della globalizzazione.

Il 6 maggio la Commissione Europea ha emanato una legge che rende illegale l’utilizzo di semi non approvati in sede europea: si va verso un principio di uniformità contrario alla biodiversità. La mia speranza è che, essendo la ricchezza della terra uno dei temi portanti dell’Expo, questo avvenimento porti a nuove vedute e scardini questi meccanismi.

È tempo di passare al paradigma dell’aver cura e di tornare alla terra. Chi dice che non c’è più speranza? È il momento di liberare la nostra creatività e contribuire al nostro futuro: le possibilità che abbiamo sono illimitate.

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